Vai al contenuto

Il silenzio che blocca, il silenzio che insegna

C’è un momento che quasi tutti i miei studenti conoscono bene. Stai parlando in inglese, hai tutto chiaro in testa, sai cosa vuoi dire… e poi quella parola che arriva, la struttura sembra incerta, il tuo accento ti espone. Ti fermi. Cala il silenzio.

Quel silenzio, per chi impara una lingua, non è neutro. Non è semplicemente l’assenza di parole. È un posto ✨magggico✨ in cui accadono molte cose, alcune delle quali ti frenano davvero; ma altre, se impari a riconoscerle, possono diventare uno degli strumenti più potenti che hai.

Ho voluto scrivere di questo perché è un tema che torna continuamente nelle mie conversazioni con gli studenti, e che mi sembra ancora poco compreso. Si parla molto di quanto bisogna parlare, praticare, esporsi; si parla meno di cosa c’è dentro il silenzio, e di come imparare a usarlo invece di subirlo.

Il silenzio che blocca

Il tipo di silenzio più comune (e costoso) è quello che nasce dalla paura.

Non è la paura di non sapere una parola. È qualcosa di più profondo: la paura di essere giudicati, di sembrare meno intelligenti, di tradire quanto ci si aspetta da te. Questo meccanismo è particolarmente attivo nei professionisti e negli adulti con un alto livello di istruzione, perché c’è una distanza enorme tra chi sei nella tua lingua madre (recentemente ho detto al mio studente Giovanni: “in italiano sei un adulto…”) e chi ti senti nella lingua straniera (“…ma in inglese sei un adolescente”).

Quella distanza fa male. E il silenzio diventa il modo più immediato per proteggersi.

Il problema è che questo tipo di silenzio non è passivo, ma consuma energia. Ogni volta che hai una cosa da dire e non la dici, che decidi di non fare una domanda perché hai paura di sbagliare la struttura, che lasci che qualcun altro parli al posto tuo, tu stai rafforzando l’idea che parlare, per te, sia pericoloso. E quella convinzione si consolida, conversazione dopo conversazione, finché il blocco non diventa quasi automatico.

Ho visto studenti brillantissimi restare muti per mesi in contesti in cui avrebbero avuto moltissimo da dire. Non perché non sapessero l’inglese. Perché avevano imparato, nel tempo, che il silenzio era più sicuro delle parole.

C’è anche un’altra forma di silenzio che blocca e che è sicuramente meno drammatica ma altrettanto insidiosa: il silenzio del perfezionismo. You know it well, don’t lie. Il paradosso è che questa preparazione infinita non porta mai alla prontezza: porta solo a sapere molte cose che non si riesce a usare, perché non si è mai davvero parlato.

In entrambi i casi, il silenzio interrompe il ciclo naturale dell’apprendimento. L’input che ricevi non trova uno sbocco nell’output, e senza output non sai cosa funziona, cosa ti serve, dove sei davvero. Resti in un punto fisso, con la sensazione scomoda di stare studiando tanto senza progredire.

Il silenzio che insegna

Ho però una buona notizia: esiste anche un altro tipo di silenzio, che non blocca, ma prepara. È il silenzio che precede la comprensione, o come mi piace definirlo con i miei studenti, il silenzio dell’analisi.

Quando ascolti un podcast in inglese e non capisci subito, ma lasci che le parole ti attraversino senza ansia, senza fermarti a tradurre ogni termine stai praticando un silenzio produttivo. Il tuo cervello sta lavorando, anche se non lo senti. Sta costruendo connessioni, sta calibrando strutture, sta abituandosi al ritmo di una lingua che non è la tua madre.

Un tizio chiamato Krashen, akhtually uno dei linguisti più influenti del Novecento, ha chiamato questo il “silent period”: la fase in cui l’input viene assorbito prima ancora che l’output diventi possibile. Non è inerzia, né tua incapacità. Insomma, non sei tonto/a: quello che stai mettendo in pratica è un lavoro necessario, che la cultura dell’esposizione continua tende a svalutare.

Il periodo silenzioso (o silent period), secondo la teoria dell’acquisizione linguistica di Stephen Krashen, è una fase naturale e temporanea in cui un learner di una seconda lingua (L2) comprende molto più di quanto riesca a produrre.

Osservare una lingua prima di produrla è un atto intelligente. È quello che facciamo tutti da bambini, per mesi, prima di pronunciare la prima parola. Non smettiamo di imparare quella lingua: la stiamo costruendo, mattone su mattone, in silenzio.

Anche nella produzione linguistica di noi adulti, c’è una forma di silenzio utile. È la pausa che fai prima di rispondere a una domanda difficile. Quella pausa non è una debolezza: è il segnale che stai pensando in lingua, che stai cercando le parole giuste invece di rifugiarti nelle formule già pronte. Chi non si concede mai quella pausa spesso parla molto, ma in superficie, senza davvero abitare la lingua.

Ho seguito molte studenti che si buttano senza problemi a parlare in lingua di fronte a qualsiasi situazione e indipendentemente dal topic, ma che creano solo frasi scoordinate, senza logica, spesso difficili da seguire. Queste sono le studenti alle quali ho dovuto dire: “ok, hold on con gli esercizi di fluency, adesso vogliamo rallentare e ascoltare bene quello che stiamo dicendo”.

Il silenzio riflessivo, nella pratica quotidiana, somiglia a questo: leggere un testo in inglese e fermarsi a notare come è costruita una frase, non solo cosa significa. Ascoltare qualcuno parlare e chiedersi perché ha usato quella preposizione, quel tempo verbale, quell’intonazione. Scrivere qualcosa e lasciarlo riposare un giorno prima di rileggerlo. Sono tutti momenti in cui non stai producendo — ma stai apprendendo. Stai costruendo l’occhio critico che, nel tempo, ti permetterà di correggere te stesso senza aver bisogno di un insegnante accanto a ogni parola.

Come distinguerli, questi due tipi di silenzio

La domanda pratica, a questo punto, è come riconoscere in quale tipo di silenzio ci si trova. La mia è una proposta semplice: chiediti cosa provi dopo.

Se il silenzio ti lascia sollievo ma anche una piccola vergogna, se hai evitato qualcosa che avresti potuto fare, è quasi certamente un silenzio difensivo. Non te ne fare una colpa, ma riconoscilo. Quella vergogna è informazione utile: ti dice dove c’è ancora paura, e dove puoi lavorare.

Se invece il silenzio ti lascia qualcosa da elaborare (una frase che hai sentito e non capisci ancora del tutto, una parola che vuoi andare a cercare, una struttura che hai notato e vuoi capire meglio) è un silenzio che lavora per te. Lascialo fare.

Nel mio approccio, il ciclo Input → Output tiene conto di questo. La fase di input non è passiva e non è infinita: ha un tempo, una direzione, e poi deve necessariamente aprirsi verso la produzione. Ma la produzione non può esistere senza l’input che la nutre. Il silenzio giusto è quello che sta dentro quel ciclo, non quello che lo interrompe.

Quando dico ai miei studenti “hai cinque minuti per preparare la tua presentazione”, sto cercando di allenarli a pianificare l’output direttamente in lingua inglese. Sono cinque minuti di silenzio che spesso precedono 15-20 minuti di output. Poi me li immagino così!

Side note personale

Siamo ad inizio maggio e tra poco più di un mese caricheremo un furgone con tutte le nostre poche cose e ci trasferiremo in Francia come famiglia di 3+canetta. Sono in un periodo a dir poco carico di ansiella buona e lacrime di nostalgia, come tutti gli inizi importanti.

Una parte di me ha scelto questo tema, il silenzio, forse anche in maniera inconscia; ho un grande sogno che voglio raggiungere in 18-24 mesi: staccarmi dai social. Lo condivido con voi prima che con le mie colleghe, chi mi sta aiutando nella comunicazione, i miei follower, i miei studenti. Fa bene scriverlo.

Il mio piano è questo: 

  • ho ripreso in mano il mio canale YouTube e ci terrei a ricevere una vostra visita o iscrizione se lo ritenete valido → mi sono presa l’impegno di un video a settimana, dove faccio spiegoni di apprendimento linguistico, indipendenza linguistica e psicolinguistica – proprio come facevo nel 2019 quando sono approdata sui social per la prima volta! Mi piace da morire ♥️ IL MIO CANALE
  • voglio mantenere questo spazio su Substack per portare avanti un angolo intimo di condivisione e approfondimento linguistico.
  • vorrei inseguire un sogno che sto rimandando da quando è nato mio figlio nel 2021: mi piacerebbe insegnare all’università come lettrice o addirittura aprire una scuola di lingue fisica. Who knows

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*