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Perché il tuo cervello traduce dall’italiano (e perché non è un vizio)

Una delle cose che sento più spesso, quando inizia un percorso con un nuovo studente, è questa: “capisco tutto, ma quando devo parlare mi blocco.”

Di solito segue una spiegazione: sono lenti, cercano le parole e non le trovano, sanno cosa vogliono dire in italiano, ma in inglese c’è come un filtro. “Una barriera trasparente”, mi ha detto una volta qualcuno, con una precisione che mi ha colpita: “vedo le parole dall’altra parte, ma non riesco ad attraversarla senza sforzo.”

Quello che descrivono ha un nome, in realtà comunissimo, e si chiama traduzione mentale. Ti aspettavi paroloni? E invece no: traduzione mentale, probabilmente la cosa che rallenta di più chi studia inglese da anni. Non è un vizio, né pigrizia, né IL Segnale che non si è portati per le lingue: è il risultato diretto di come si è imparato.

Quando hai acquisito l’italiano (senza accorgertene, da bambino, nel mezzo della vita quotidiana) le parole si sono collegate direttamente alle cose: suoni, oggetti, sensazioni, contesti. Senza intermediari. Il risultato è che oggi non hai bisogno di nessun passaggio per pensare in italiano. Il concetto è lì, immediato.

Con l’inglese è andata in modo diverso. Nella maggior parte dei percorsi scolastici (diciamocelo, mannaggia a te, Sistema Scolastico di noi millennials!, non sei piaciuto a nessuno e sei ancora vecchio patocco), le parole si imparano attraverso la traduzione. Il collegamento che si costruisce non è “concetto → parola inglese”, ma “concetto → parola italiana → parola inglese”. L’italiano fa da ponte, sempre.

Questo significa che ogni volta che vuoi dire qualcosa in inglese, il tuo cervello fa un passaggio in più rispetto a quanto sarebbe necessario. Quando parli lentamente, con frasi semplici, quel passaggio è gestibile. Ma quando la conversazione accelera, quando devi ascoltare e rispondere allo stesso tempo, quando la posta in gioco sembra alta, il sistema va in sovraccarico. 

E ti blocchi. Non perché non sai le parole, ma perché il percorso che hai costruito è troppo lungo per la velocità che ti serve.

Il metodo scolastico non ha fatto questo per cattiveria (o forse sì? No, dai. Però… Dai, Gianpierluigimaria, miseria ladra, come poteva funzionare negli anni 2000 un metodo che era stato smontato negli anni ‘50?): la traduzione è un modo efficiente per valutare la comprensione, e la scuola, alla fine, vuole avere qualcosa da valutare. Ma ogni ora passata a tradurre ha rinforzato esattamente quel collegamento indiretto, lo ha reso automatico e difficile da bypassare. Oggi, anche quando vuoi pensare direttamente in inglese, il vecchio percorso si attiva per primo. È più rapido, più consolidato. Il cervello segue sempre la strada che conosce meglio.

La buona notizia è che i percorsi neurali non sono fissi, si possono costruire di nuovi. Quelli già esistenti non spariscono, ma possono smettere di essere dominanti se costruisci un’alternativa abbastanza solida da prendere il loro posto.

Come si fa, nella pratica? Nel video che ho pubblicato sul mio canale Youtube ti parlo di tre pratiche concrete che puoi iniziare subito, senza materiali particolari e senza ore di studio aggiuntive. Piccole, quotidiane, progettate per lavorare esattamente su questo meccanismo. Se ti riconosci in quello che hai letto fin qui, è da lì che ti conviene cominciare.

GUARDA IL MIO VIDEO SU YOUTUBE: https://www.youtube-nocookie.com/embed/8zJY7Z3O1WM?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0

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