Scrivo questo articolo in treno in direzione Bologna. Ho salutato la mia famiglia, ho lo zaino in spalla e la consapevolezza che, una volta di troppo, ho detto di sì a una cosa che mi richiederà di stare in mezzo a tanta gente… dal vivo. Sono contenta di muovermi, so anche di averne bisogno dal punto di vista lavorativo, ma se c’è una cosa che non sono più abituata a fare e che faccio ancora poco volentieri è proprio questa: interagire con la gente. O meglio, esistere in mezzo alla gente.
Sono cresciuta con la paura del “chissà cosa pensano gli altri di te” e anche quando razionalmente so che nessuno si accorge della mia presenza a meno che io non mi metta a urlare e spogliarmi a caso in mezzo ai binari della stazione, vivo la mia presenza nel mondo ripetendomi il mantra: “nessuno mi sta guardando, posso farcela, posso farcela, posso farcela.”
Ed è strano, tbh, perché quando sono a mio agio invece sono una persona frizzantina e piena di idee da condividere.
Ah, sto rileggendo e aggiungendo cose a questo articolo sul treno di ritorno e ho due cose da dirmi:
- Laura, sei una cagasotto. Tutti ’sti castelli per aria e voli pindarici e poi ti sei divertita tantissimo e anche quando qualcuno ti ha riconosciuta durante la pausa caffè hai reagito benissimo e senza stress. FIFONA!
- Ammazza quanto ho scritto. Sappiate che ho deciso di iniziare a fare più contenuti lunghi. Lo posso condividere? Sta cosa dell’attention span corto e blablabla a me ha rotto. Faccio quello che voglio, ok? Però faccio tutto per voi.
E qui voi che leggete vi starete chiedendo: Perché ci stai raccontando tutto questo Cosa ce ne facciamo noi di questa introduzione? In che maniera si collega tutto questo con il titolo che hai dato a questo articolo?
La realtà è che tutto quello che ho raccontato e che vivo ogni giorno (no, ogni giorno no, ma diciamo quando devo gestirmi da sola, quindi senza la mia immediata famiglia o i miei amici intimi) è la stessa cosa che molti dei miei studenti provano quando devono parlare in inglese in situazioni ad alta pressione, come ad esempio un colloquio di lavoro, una lecture o una riunione internazionale.
- La paura di venire giudicati dagli altri, tanto più se anche loro sono italiani o, peggio ancora, se sono native speakers.
- Il terrore di sbagliare vocaboli, usare la grammatica scorretta e bloccarsi, non riuscire a tirare fuori mezzo pensiero concreto.
- Overall, la sensazione simile a quella di un attacco di panico quando si tratta di usare la lingua, che sia per comprendere o produrre qualsiasi cosa: mani che sudano, fiato corto o cervello annebbiato
Been there, done that.
Ma per assurdo, con il tempo io ho trovato nelle lingue (e nell’inglese nello specifico) uno scudo. L’intento di questo post è proprio quello di analizzare questa paura, riportare degli esempi personali miei o di miei studenti e offrire un +1 a voi che leggete, per potervi aiutare a fare anche solo un passo in direzione del raggiungimento dei vostri obiettivi.
La paura del giudizio altrui – The Origin
Una mia studente mi ha detto: “Tu hai un C2, sei praticamente madrelingua, non hai motivo di sentirti a disagio.” E a parte la questione errata del “C2 = madrelingua” (“madrelingua” non è un livello, né significa essere ottimi a livello linguistico: significa solo essere cresciuti in un dato contesto linguistico, niente di più e niente di meno), sono stata costretta a farla ricredere. Giorgia, ricordati sempre che tvb.
Consideriamo il contesto scolastico nel quale la maggior parte di noi è cresciuta. Noi millennials (io sono del ‘94) abbiamo incontrato l’inglese per la prima volta alle elementari, e magari nemmeno al primo anno. La mia prima maestra di inglese è stata in terza elementare ed era stata fino a poco prima la mia maestra di matematica, per nulla preparata a formare una classe di 15 bambini all’apprendimento di una lingua straniera.
La mia unica insegnante brava e degna del suo titolo è stata alle medie. Poi ho avuto una successione di persone infastidite, incompetenti o straight-up bullies. Ricordo ancora quando la mia prof di inglese delle superiori mi ha tolta dalla classe per la preparazione all’esame C1 Advanced, dicendomi che non sarei mai riuscita a superarlo.
(NB: le mie parole riflettono la mia esperienza e i giudizi che condivido nascono dalla mia stessa formazione di insegnante e non riflettono l’esperienza di ogni singolo studente in Italia né la professionalità di ogni insegnante di inglese nella scuola pubblica nel passato o nel presente. Non fa strano che viviamo in una società nella quale sono costretta a ricordare queste cose?)
Questo continuo giudicare e sentirsi giudicati si riflette ora, da adulti, in un contesto dove in realtà ognuno di noi deve e cerca di fare il meglio di sé, considerato anche e soprattutto il fatto che in Italia l’unica lingua che siamo abituati a parlare e sentire è sempre e solo l’italiano (no, non è una cosa comune a tutti i paesi).
Un altro fattore da tenere in conto
Ed ecco che, essendo in realtà un po’ tutti vittime di questo sistema scolastico che cerca solo ora, forse, di migliorarsi, usiamo parole taglienti per giudicare la nostra produzione in lingua inglese, ma continuiamo anche a prendere in giro qualunque persona vada invece virale per il proprio accento, la propria pronuncia e le proprie interviste o sketch in lingua.
Il problema del giudizio viene perpetrato anche dai continui account social di insegnanti o sedicenti tali che puntano la propria viralità sul giudizio di VIP italiani sul loro inglese, sulla classificazione del vocabolario inglese da basic a madrelingua (aridajete!) e sulla condivisione continua di “errori da inglese maccheronico”. Sì, sappiamo tutti a chi mi sto riferendo. Nome, cognome e partita IVA, se non lavorano in nero, ciao.
Vedere questi video sui social ci porta a due conseguenze dirette:
- Diventiamo parte del problema: non solo non parliamo più ma contribuiamo al motivo per il quale tutti stanno in silenzio. Leggiamo i commenti e motteggiamo o prendiamo in giro i personaggi, senza poi pensare che potremmo benissimo essere noi oggetto di questa forma di bullismo (sì, dai, spesso e volentieri è un vero e proprio bullismo).
- Ci rivediamo nei panni della persona presa in giro. Perché se noi tendiamo a prendere in giro gli altri al minimo errore o accento diverso, chiediamocelo ad alta voce: “chissà cosa pensano gli altri di noi?” e portiamo avanti così un trauma generazionale che mi tiene sveglia la notte.
Perché ho un C2?
C2 grade A per l’esattezza, ma non siamo qui per vantarci (per quello, mi trovi solo dopo 2 o 3 bicchieri di vino e dopo una domanda provocatoria sul futuro dell’apprendimento linguistico in Italia). Io non avevo bisogno del pezzo di carta, che è la domanda che faccio a ogni potenziale studente quando mi dicono di volere la certificazione: “ti serve?” – perché se non ti serve non ti conviene studiare una lingua in questa maniera. Io già insegnavo. Ero già qualificata tra studi e certificazioni all’insegnamento delle lingue, dell’inglese e dell’inglese online (sì, sono tre cose diverse).
Ma, perché c’è sempre un ma, ho fatto un errore di grammatica bello grave su quel canale il cui nome fa pensare al suono di un orologio. Non solo: avendo ricevuto in tempo minimo una serie di insulti (I kid you not), non ho avuto nemmeno la saggezza dettata dai miei anni e dalla mia esperienza lavorativa di ricontrollare il video e dire: “caspita, avete ragione voi sulla correzione, chiedo scusa.” No, io ho visto gli insulti e ho pensato: “mo vi pesto”, and then I doubled down! Cioè, sono stata pure cretina. Una testa calda!
Quindi, per me, quel pezzo di carta è diventato indispensabile. Per me in primis, per dimostrarmi una volta di troppo che questo lavoro me lo merito perché sono capace ma anche perché la lingua che insegno la conosco, e anche abbastanza bene. Ma anche per gli altri, per poter condividere il mio più grave errore grammaticale… e la mia sopravvivenza dopo. Perché non sono morta, non ho smesso di parlare, non ho deciso di chiudere tutto. Nonostante gli insulti.
Come superare la paura del giudizio?
Personalmente trovo che l’esposizione controllata sia la soluzione migliore.
Come io soffro un po’ per la mia ansia sociale ma non rifiuto di partecipare a eventi dal vivo e mi pongo l’obiettivo di partecipare attivamente, magari portandomi di supporto una collega più capace di me in ambito networking, così i miei studenti:
- simulano insieme a me le situazioni da affrontare
- costruiscono il vocabolario necessario da conoscere e utilizzare attivamente
- mantengono attiva l’esposizione con le loro abitudini linguistiche di input-output
- arrivano alla prova pronti a livello linguistico
E ora che scrivo dal treno di ritorno e concludo questo articolo, mi piace ripensare alle 48 ore passate insieme ad altri professionisti, ma anche alla mia studente Elena (che era presente per la sua attività, non per supporto mio!) e dirmi: “non è stato così male”… anzi.
Dove la paura del giudizio altrui rimarrà sempre e comunque una spina nel fianco quando si tratta di parlare una lingua straniera, possiamo e dobbiamo ricordarci invece che la pratica controllata è la vera e propria chiave per il successo.
