Non lo dicono apertamente, ovviamente, sarebbe come darsi la zappa sui piedi. Nessuna scuola di lingua scriverebbe mai sul proprio sito “pensiamo che tu sia stupidə e quindi ti proponiamo questo corso”. Eppure è un’idea che attraversa silenziosamente moltissimi corsi di lingua, dalle scuole tradizionali ai programmi online più patinati. Un’idea che permea la struttura dei corsi, il modo in cui vengono presentati i contenuti, il tipo di relazione che si crea con chi apprende.
L’idea è questa: lo studentə non è in grado di agire autonomamente. Non sa scegliere, non sa adattare, non sa capire cosa funziona per sé. Deve essere guidatə passo dopo passo, controllatə, corretto costantemente, riportatə all’ordine ogni volta che devia. In altre parole, deve tornare a scuola.
Quando un corso nasce da questa convinzione, anche se non dichiarata, il risultato è quasi sempre lo stesso. Si costruiscono percorsi pensati non per persone capaci, ma per soggetti percepiti come fondamentalmente incompetenti. Non nel senso offensivo del termine, ma in quello più sottile e pervasivo: privi di agency (non io che scrivo “senza agenzia” e che mi devo far ricordare da mio marito che non si dice in italiano, eh), incapaci di prendere decisioni sensate sul proprio apprendimento.
Questo è il cuore del problema. Non il livello, non la motivazione, non il tempo a disposizione. Il problema è che moltissimi corsi di lingua sono progettati sul modello del “dumb student”, e tutto il resto viene di conseguenza.
Quando credi che chi hai davanti non sia in grado di orientarsi, costruisci corsi che non lasciano spazio di manovra. Programmi rigidi, routine già pronte, esercizi quotidiani identici per tuttə, spiegazioni iper-semplificate che non spiegano davvero nulla. Non perché chi insegna sia in malafede, ma perché l’intero impianto è pensato per ridurre al minimo l’iniziativa personale.
In questo tipo di corsi, lo studentə non impara a usare la lingua. Impara a seguire istruzioni. Non sviluppa autonomia, ma dipendenza. Si abitua all’idea che senza una piattaforma, un insegnante, un pdf o un esercizio assegnato non sia possibile fare nulla. E quando il corso finisce, l’inglese finisce con lui.
Hai presente Duolingo? Io lo uso per il francese. Cosa mi sta insegnando? Poco e nulla. Mi inserisce una frase, ma senza che la mia insegnante o una ricerca su google me lo spieghino, non capisco perché, per come e che differenze ci sono con la mia costruzione istintiva dello stesso concetto.
Un altro grande pilastro di questo modello è l’ossessione per le regole grammaticali. Interi corsi costruiti come lunghe liste di strutture da studiare, memorizzare, applicare in esercizi artificiali. Come se conoscere una lingua significasse conoscere le sue regole, e non saperla usare nel mondo reale. Come se la competenza linguistica fosse una collezione ordinata di nozioni, invece che una capacità viva, situata, imperfetta.
Il risultato è una finta sicurezza per il nostro dumb student. Chi studia sente di “sapere”, perché riconosce una struttura, perché sa spiegare una regola, perché negli esercizi ripetitivi e meccanici va bene. Ma poi, nel momento in cui deve parlare, scrivere, capire qualcosa fuori dal contesto protetto del corso, tutto si blocca. Non perché manchi l’intelligenza, ma perché nessuno ha mai insegnato come muoversi nella complessità.
Molti corsi funzionano così: ti tengono occupatə. Ti fanno sentire produttivə. Ti danno la sensazione di fare qualcosa ogni giorno. Ma non ti insegnano a imparare.Non ti mostrano come adattare lo studio alla tua vita reale, ai tuoi tempi, ai tuoi interessi. Non ti aiutano a costruire un rapporto personale con la lingua. E soprattutto non ti preparano al momento in cui sarai solə con l’inglese, senza un programma a guidarti.
Le routine già pronte sono l’esempio perfetto di questo approccio. Esercizi quotidiani come cerotti: li applichi, senti che “stai facendo qualcosa”, ma non curano la ferita. Anzi, spesso la nascondono. Funzionano finché tutto è sotto controllo. Poi la vita cambia, il tempo manca, l’energia cala, e quella routine non regge più. Non perché tu sia incoerente, ma perché non è stata costruita intorno a te.
C’è anche un altro aspetto, più scomodo, che vale la pena nominare. Molti corsi sono pensati per farti tornare. Non per renderti indipendentə, ma per mantenerti in uno stato di bisogno costante. Finisci un livello, ne inizi un altro. Cambia il libro, cambia il nome del corso, ma la struttura resta la stessa. Sempre qualcun altrə che decide per te. Sempre qualcun altrə che “sa”.
In tutto questo manca quasi sempre una domanda fondamentale:
COME SI IMPARA DAVVERO UNA LINGUA?
Non quali regole servono, non quale livello raggiungere, ma come integrare una lingua nella propria vita. Come usarla anche quando non è perfetta. Come scegliere contenuti, strategie, momenti di pratica che abbiano senso per te, non per un programma standard.
La cosa paradossale è che la maggior parte delle persone che studiano una lingua non è affatto stupidə. Anzi. Sono adulti competenti, professionisti, genitori, persone abituate a risolvere problemi complessi ogni giorno. Eppure, quando entrano in un corso di lingua, vengono trattati come se avessero improvvisamente perso ogni capacità di giudizio.
Cambiare prospettiva significa partire da un’idea diversa: chi impara non è un contenitore vuoto, ma una persona capace di riflettere, scegliere, adattare. Il compito di chi insegna non è controllare ogni passo, ma restituire potere decisionale. Non dire cosa fare ogni giorno, ma aiutare a capire perché qualcosa funziona e come replicarlo in autonomia.
Negli ultimi cinque anni ho visto studenti trasformarsi non perché hanno studiato più grammatica, ma perché hanno iniziato a prendersi responsabilità del proprio apprendimento. Persone che hanno smesso di chiedere “dimmi cosa devo fare” e hanno iniziato a chiedersi “come posso usare l’inglese in questa situazione concreta?”. A volte il cambiamento è stato semplice: usare un language journal per riflettere su una call andata male, riorganizzare la pratica intorno a contenuti che avevano senso per loro, accettare un inglese imperfetto ma funzionante.
Sono cose piccole, ma spostano tutto. Perché quando smetti di essere trattatə come un dumb student, inizi anche tu a smettere di comportarti come tale. Recuperi agency (= the ability to make decisions and act independently), curiosità, spirito critico. E la lingua, finalmente, smette di essere una materia e diventa uno strumento.
Il mio approccio nasce da qui. Non dall’idea di aggiungere un metodo nuovo all’elenco, ma dal rifiuto di un modello che infantilizza chi apprende. Nel mio coaching 1:1 Homemade English (scrivimi per sapere se fa al caso tuo!) lavoro con persone che vogliono capire come integrare l’inglese nella propria vita reale, non come completare l’ennesimo corso. Non propongo soluzioni universali, ma strumenti adattabili, osservazione, riflessione, pratica situata.
Tu che leggi questo articolo, non hai bisogno di comprare nulla per iniziare a cambiare prospettiva. Puoi farlo subito, iniziando a chiederti non “che esercizio devo fare oggi?”, ma “in quale momento reale della mia giornata potrei usare l’inglese, anche in modo imperfetto?”. È una domanda semplice, ma radicale. Ed è spesso da lì che inizia l’indipendenza linguistica.
Se poi, a un certo punto, senti il bisogno di qualcuno che ti accompagni in questo cambio di sguardo, sai dove trovarmi. Non per dirti cosa fare, ma per aiutarti a capire come farlo da solə.
“Good to know!” / varie ed eventuali:
- ho un sito web che non uso e non controllo da ormai un paio d’anni, ma che può mostrarti qualcosa di me: www.homemadeenglish.it
- ho anche dei pdf in vendita su Gumroad e dei corsi per docenti a disposizione su docentieformazione.it
- il modo migliore per contattarmi è tramite instagram o mail; mi trovi su @laura.homemadeenglish o all’indirizzo laura@homemadeenglish.it