A un certo punto del proprio percorso linguistico succede qualcosa di curioso. Non è un miglioramento improvviso, non è una nuova regola finalmente capita, e non è nemmeno l’ennesimo corso iniziato con entusiasmo. È una sensazione più sottile: quella di studiare tanto, ma di non sentire la lingua davvero integrata nella propria vita. Come se fosse sempre un’attività separata, qualcosa da fare “in più”, mai qualcosa che ti accompagna davvero.
È spesso lì che le persone iniziano a cercare strumenti nuovi. Non perché manchino di disciplina, ma perché manca un punto di contatto tra la lingua e l’esperienza quotidiana. Ed è in questo spazio che, per me, il language journal diventa uno strumento interessante. Non come tecnica, non come metodo miracoloso, ma come luogo di apprendimento.
In questo articolo (hey ciao, è un sacco che non scrivo più, ma mi è mancato stare qui!) il mio obiettivo è aprire una porta su questo strumento da me amatissimo, declinandolo per tre punti:
- la mia esperienza e il mio approccio con la lingua francese (sono ad un A2, credo, ma devo impararla bene e in fretta),
- i miei studenti e i loro insight a riguardo e
- il mio bambino di (quasi!) 5 anni (lui direbbe “ne ho quattro e mezzo”, ma mancano meno di 2 mesi al “suo giorno”) e il suo language journal formato gioco in ben tre lingue (più la matematica!)
Cosa non siamo: un concetto di ordine poco umano
Quando parlo di language journal non intendo mai un quaderno ordinato, pieno di esercizi svolti bene e vocaboli evidenziati con tre colori diversi. Parlo sempre invece di uno spazio personale in cui la lingua smette di essere un oggetto esterno e diventa qualcosa con cui entri in relazione. Un posto dove puoi pensare attraversola lingua, non solo applicarla.
Il language journal funziona solo quando smette di essere un dovere. Quando non è “un’altra cosa da fare”, ma un modo diverso di stare nella lingua. Non serve a dimostrare che stai imparando, ma a rendere visibile il modo in cui stai imparando. Ed è una differenza enorme, anche se spesso sottovalutata.
Io lo uso così con il francese. Non come uno spazio pulito e lineare, ma come un contenitore irregolare. Ci finiscono dentro frasi a metà, osservazioni su espressioni che non mi suonano ancora naturali, confronti spontanei con l’inglese o con l’italiano, domande che restano aperte per giorni. Non scrivo per fissare qualcosa di corretto, ma per capire dove mi trovo rispetto alla lingua. È un modo per ascoltarmi mentre imparo.
Ne ho una copia cartacea, ma prendo anche appunti in forma digitale. Qui sotto, ti mostro lo screenshot di un’attività che ho svolto ieri con mio marito. Non avevo assolutamente voglia di ripetere regole grammaticali, quindi ho proposto (comunque controvoglia) di ascoltare e analizzare una canzone conosciutissima: Papaoutai di Stromae.

Risultato?
- che ci crediate o no, so cantarla quasi tutta a memoria adesso (tranne la seconda parte più complicata e lunga),
- ho imparato dei nuovi vocaboli e
- analizzato delle strutture che dobbiamo ancora incontrare
Rileggendo le pagine scritte in entrambi i miei diari, anche settimane prima, mi accorgo sempre che qualcosa è cambiato, anche quando avevo la sensazione di essere ferma. Il language journal rende visibili quei movimenti lenti che normalmente passano inosservati. Ed è anche per questo che diventa uno strumento potente: non accelera l’apprendimento, ma lo rende più consapevole.
Esperienze di chi non ha la mia stessa ossessione
Lo stesso succede con i miei studenti, anche se il modo in cui ciascuno usa il language journal è diverso. C’è chi lo utilizza per riflettere dopo una call di lavoro, chi per rielaborare una serie o un articolo letto in inglese, chi per prepararsi a dire qualcosa che ha un peso emotivo. Non esiste un formato unico, perché il language journal non è un template da compilare. È un’abitudine che si costruisce nel tempo, adattandola alla propria vita.
→ proprio oggi, durante una lezione extra/chiacchierata con la mia studente Alice, mi ha mostrato la sua agenda/language journal dove segna vocabolario appreso dalle serie tv che guarda e appunti ragionati di grammatica che poi applica man mano nei suoi esercizi di produzione.
→ un altro esempio è Francesca, che ha deciso di trattare il suo language journal come un “caro diario”… indirizzato a me! Ci commenta le nostre lezioni, le mie storie su instagram, mi racconta quel che fa durante le sue giornate…
Quello che accomuna le esperienze più riuscite non è il contenuto del language journal, ma il suo ruolo. Diventa uno spazio sicuro, non giudicante, dove l’inglese non è sotto esame. Ed è spesso lì che avviene lo sblocco più importante: quando la lingua smette di essere qualcosa da “performare” e diventa qualcosa da abitare.
Come ho ingannato mio figlio di 5 anni a tenere un suo language journal
Osservare mio figlio mi ha aiutata molto a chiarire questo punto. Ha quasi cinque anni, gioca quotidianamente con due lingue diverse e non si pone il problema di separarle. Da pochissimo gliene stiamo inserendo, a piccoli sorsi, una terza. Lui mescola, inventa, sperimenta. Ripete suoni, solo quelli che gli piacciono, costruisce frasi ibride, cambia codice senza chiedersi se “si può”. Non sta studiando, ma sta integrando.
Ovviamente non tiene un language journal nel senso classico, ma gli ho creato un quaderno di giochi linguistici e disegni dove ogni giorno trova un piccolo compito da svolgere, in una lingua o l’altra. Questo quaderno fa esattamente la stessa cosa: crea uno spazio in cui le lingue possono convivere senza essere controllate. Il suo apprendimento passa dal gioco, dall’esplorazione, dalla curiosità. Ed è un promemoria potente di una verità che spesso perdiamo crescendo:
prima di essere corretta, una lingua deve essere viva.
Il punto, allora, non è scrivere… non è nemmeno il quaderno in sé. Non ti ho convinto? fai a meno. Il (vero) punto è integrare. Integrare la lingua nei pensieri, nelle reazioni, nei dubbi, nelle cose che contano davvero. Il language journal diventa utile solo quando smette di essere una tecnica e diventa un’estensione del tuo modo di pensare.
Se studi inglese da tempo ma senti che resta sempre “fuori”, se accumuli contenuti ma fai fatica a farli dialogare con la tua vita, forse non ti manca un altro esercizio. Forse ti manca uno spazio tuo, in cui la lingua possa crescere senza essere continuamente valutata.
Nel mio percorso di coaching 1:1 Homemade English lavoriamo anche su questo. Non ti consegnerò mai un language journal da compilare, né una struttura rigida da seguire. Ti accompagno invece a costruire il tuo modo di costruire la tua Indipendenza Linguistica, in linea con chi sei, con i tuoi obiettivi e con il modo in cui apprendi davvero. Perché questa Indipendenza Linguistica con la quale rompo tanto le scatole alle persone non nasce dall’accumulo, ma dall’integrazione. E quando una lingua diventa parte della tua vita, smette finalmente di farti paura.
Fammi sapere cosa ne pensi, se l’idea ti piace o se hai dubbi a riguardo. Sono sempre felice di confrontarmi con altri studenti sul tema!
Btw, ho anche un bellissimo videocorso a riguardo su docentieformazione.it, ne vado super orgogliosa. L’hanno messo sotto “lingua inglese” ma so che l’hanno utilizzato anche insegnanti di altre lingue.
